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Dokument-Nr. 10162

Discorso del Sig. Ministro Presidente von Kahr sulla seduta della commissione della Bayerische Volkspartei (10 Febbraio 1921), in: Augsburger Postzeitung, Nr. 68, 11. Februar 1921
[Übersetzung]
Il momento attuale è un momento di alta tensione politica, cagionata dalla Nota di Parigi delle vittoriose Potenze dell'Intesa. Essa, colla pesantezza angosciosa dei passi del carnefice che s'avvicina, ha fatto toccar con mano al popolo tedesco la terribile gravità della sua situazione. Quello che doveva succedere, è avvenuto. Il terrore suscitato da quella imposizione, che non è altro se non la messa in esecuzione della sentenza di morte pronunziata a Versailles, ha fatto sì che l'intiero popolo, finalmente, si è raccolto nella concorde risoluzione di distornare da sé la sorte preparatagli dai nemici. Posso quindi ripetere quello che una volta disse il Feuerbach:"La tirannia sarebbe stata più perniciosa, se il tiranno l'avesse mitigata".
Il risultato dei colloqui di Parigi non è stato una sorpresa per me. Data la mentalità che tuttora domina negli Alleati, poca speranza vi poteva essere che la volontà di annientamento si moderasse e cedesse il posto ad una visione più calma e più equa delle cose. Di più, finora, il popolo tedesco colla sua passività – bisogna confessarlo –poco aveva fatto per facilitare il ritorno alla ragione. Essendo questa passività oramai superata grazie agli eccessi degli avversari, a mio parere si è creata la prima condizione perché le cose possano volgere in meglio.
Un'altra cosa però è ancora necessaria. Con quella mentalità, colla quale i nostri avversari finora hanno trattato le cose, non potranno fare grandi passi. Con essa non faranno mai né la pace, né la riparazione. Con essa non gioveran-
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no né a sé stessi, né al mondo; unicamente otterranno la rovina generale e totale dell'Europa e la fine della civiltà europea. Sempre è stato così nella storia: la pace intollerabile ha portato a nuove complicazioni; ed anche in avvenire così sarà. Nessun vincitore potrà impedirlo, perché ciò deriva dalla natura stessa delle cose. Già Livio fa così dire ai popoli vinti: "Se voi farete patti buoni ed onorevoli, avrete una pace buona ed onorevole. Altrimenti, non sarà di lunga durata. Poiché voi non dovete credere che una nazione o un uomo singolo rimanga in una situazione penosa più a lungo che la necessità ve lo costringa".
Orbene, ambedue le parti, la Germania ed i vincitori, vogliono una pace durevole. Da parte nostra non è una semplice frase, è volontà sincera ed onesta; i nostri avversari vogliono che noi ci conserviamo in questi sentimenti pacifici. In realtà però non fanno che cose, le quali debbono generare odio inestinguibile, che ci rende impossibile di vivere in pace. Vogliono la pace e creano la guerra! Vogliono riparazione dei danni della guerra, e distruggono le forze richieste alla riparazione.
In tutte e singole le questioni, quasi, si può facilmente scorgere questo contrasto tra quello che si fa e quello che si vuole e che per la sola logica dei fatti dovrebbe farsi, e per ciò io credo che in questo modo le cose non possono andare avanti e che finalmente si farà strada il convincimento che bisogna cercare e trovare una intesa, e che la guida verso tale intesa non sarà se non la logica dei fatti e la ve-
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rità adamantina che in essa regna.
È questa la ragione per cui la pace di Versailles e le altre imposizioni dei nemici non possono essere immutabili; non lo possono essere né per gli autori né per le vittime. Non sono del parere che obblighi assunti non debbano essere adempiuti; ma il trattato di Versailles, la convenzione di Spa e la Nota di Parigi sono prodotti d'una volontà, che cerca di raggiungere il suo intento con mezzi inadatti, e la quale, partendo da falsa orientazione, sbaglia la via e ottiene l'opposto di quello che essa stessa si era prefisso. Quegli atti sono in contraddizione con la logica dei fatti e con la verità, e non c'è forza al mondo che valga a sopprimere a lungo questa logica e la sua verità. Non si può comandare che sia vero quello che in realtà è falso. E se mille volte gli avversarii sentenziano che la Germania sola ha la colpa della guerra e delle tristi sue conseguenze, e che quindi essa sola debba riparare le conseguenze della guerra: gli archivi diplomatici lo attestano, e Lloyd Georges lo ha confessato egli stesso che di colpa, nel senso di malvolere, non si può parlare, e che gli errori, i quali condussero alla guerra, sono stati commessi da tutte le parti. E se egli poi in Parigi, sedendo al tavolo con Foch, rinnegò questa verità, ciò non la altera. Ogni uomo onesto, che desideri una pace vera, ha il dovere di proclamarla!
Solo la verità ci può giovare. Quando, però, sotto il pretesto del disarmo militare, si domanda lo scioglimento ed il disarmo delle guardie civiche, voi negate la verità. Nell'at-
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mosfera di menzogna che disgraziatamente ancora determina i rapporti dei nostri avversarii verso di noi, costoro non vedono che uno strumento militare al servizio della rivincita e della restaurazione reazionaria in una istituzione, la quale non è se non un mezzo anormale di protezione per le persone e la proprietà in tempi anormali ed una gruccia per uno Stato indebolito mortalmente.
Ora questo appunto fa la Nota di Parigi chiedente il disarmo, Nota la quale parte da premesse affatto erronee intorno alla natura ed allo scopo della nostra Einwohnerwehr, e per ciò appunto dovrà mancare al suo intento. Togliendo le grucce al malato, si può per qualche tempo impedirgli la libertà dei movimenti, con l'effetto che non potrà fare le riparazioni o le farà soltanto in misura ridotta, e che non sarà in grado di opporre resistenza alle aggressioni perpetrate contro di esso. Però non si impedirà la sua guarigione, se il suo organismo è sano. Nessuno si serve delle grucce più a lungo di quel che non sia necessario; ogni malato è contento di abbandonarle appena può muoversi senza di esse. Ci lascino dunque la nostra Einwohnerwehr. Ne avrà utilità non solo il nostro Stato, ma anche l'opera comune della pace e della riparazione.
A proposito di tale questione si è prodotta una divergenza di vedute tra noi ed il Governo del Reich, perché si ha in Berlino un'idea intorno all'adempimento della pace diversa dalla nostra. Noi siamo del parere che il piegarsi alla imposizione solo per contentare il dittatore non porta la pace, e che è inutile di farlo, quando secondo la logica delle
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cose un tale atto non può portare la pace. Noi abbiamo abbastanza fiducia nella ragionevolezza dei nostri avversarii, la quale pure una volta dovrà farsi strada, per sperare che finalmente riconosceranno la giustezza del nostro modo di vedere, purché veramente desiderino la pace. Inoltre siamo del parere che è ingiusto di respingere gli alti valori ideali rappresentati dalla Einwohnerwehr con danno della restaurazione dello Stato, dalla quale tutto dipende, anche le riparazioni chieste dai nostri avversarii, specialmente se si respingono solo perché questi stessi nemici disconoscono il proprio vantaggio ed in base a tale disconoscimento avanzano pretese basate su presupposti erronei.
Nulla è più falso che di scorgere nella lotta della Baviera per la sua Einwohnerwehr l'espressione d'una politica violenta, intransigente, nazionalista verso i vincitori, o una forma di gretto campanilismo verso il Reich. In ultima analisi, in queste divergenze non si tratta che di una diversa visuale di fronte al problema della pace e alla maniera di raggiungere quello stato di cose, il quale deve essere lo scopo della politica non meno dei vinti che dei vincitori. Noi abbiamo la coscienza che è nostro diritto e nostro dovere di influire sulle decisioni del Governo del Reich con i mezzi che la Costituzione ci consente in quel senso che noi riteniamo giusto, e di contrastare certe forze, che noi riteniamo nefaste.
Peraltro abbiamo la coscienza che l'ultima decisione e quindi l'intiera responsabilità deve essere lasciata al Go-
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verno del Reich. Questo punto di vista è tanto indiscutibile, che tutte le inquietudini, manifestatisi negli ultimi giorni, debbono essere da ognuno riconosciute infondate.
Mi limito a queste osservazioni, e solo ripeto che nessuno potrà impedire il nostro risanamento ed il ritorno delle forze, se noi stessi abbiamo la ferma volontà di rialzarci come popolo e come Stato. A questo scopo, oltre l'aiuto di Dio ci abbisognano animi forti e cuori generosi, che palpitino all'unisono. Allorché negli ultimi giorni i cuori dei tedeschi, dopo conosciuta la Nota parigina, cominciarono a sussultare in armonia nazionale, vi era chi metteva in guardia contro un vuoto nazionalismo patetico, il quale corre pericolo di fallire allo scopo. Anch'io vorrei dare il medesimo ammonimento. Non un vuoto nazionalismo, ma una profonda passione nazionale per il nostro popolo e la nostra patria ci deve guidare e rendere compatti. Essa non fallirà allo scopo. Il sole intelletto economico, il quale, giusta il detto spiritoso d'uno dei primi duci della nostra vita economica, non pensa mai falsamente, ma sempre a traverso, non basta da solo. Senza passione non si è fatto mai nulla di grande.
Empfohlene Zitierweise:
Anlage vom 11. Februar 1921 , Anlage, in: 'Kritische Online-Edition der Nuntiaturberichte Eugenio Pacellis (1917-1929)', Dokument Nr. 10162, URL: www.pacelli-edition.de/Dokument/10162. Letzter Zugriff am: 24.09.2020.
Online seit 14.05.2013, letzte Änderung am 25.06.2013