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Dokument-Nr. 638

Erzberger, Matthias: Un politico conservatore propugna un'offensiva pacifista e la notificazione dei fini di guerra. I suoi principali fini bellici rispetto all'Inghilterra, 08. Juni 1918

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Nell'opinione pubblica tedesca ha prodotto grande impressione il fatto che l'organo magno dei conservatori, la "Kreuzzeitung", abbia pubblicato per ben due volte nel corso delle ultime due settimane, certe sue dichiarazioni, o esposizioni che dir si vogliano, intitolate "offensiva pacifista"; e colle quali esige dal Governo tedesco la notificazione pubblica dei principali fini di guerra tedeschi contro l'Inghilterra nonché l'inizio di una "offensiva per la pace". Considerato il contegno che i circoli conservatori e pangermanistici hanno tenuto sin qui dinanzi alla questione dei fini di guerra e della pace, questa domanda, avanzata proprio mentre va sferrandosi e sviluppandosi la grande offensiva militare in occidente, è tanto più strana e sorprendente, quanto più i pensieri sviluppati nei due articoli combaciano in molti punti con quelli degli uomini politici e dei partiti da molto tempo proclamanti la necessità di una pace basata sull'accomodamento. I due articoli pubblicati dalla "Kreuzzeitung" furon fatti precedere, tutt'e due le volte, dalle parole: "Ci scrivono e noi pubblichiamo"; questo per far chiaramente comprendere che essi non erano usciti dalle penne della redazione. Ciò non pertanto essi occupavano lo spazio più vistoso del giornale; mentre non una sola parola metteva, per esempio, in guardia i lettori, che autore degli articoli e direttore del foglio conservatore eran due persone separate in quanto a intendimento; e che il giornale, pubblicava, sì, ma colle debite riserve.
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Il contenuto dei due articoli è, brevemente riassunto, il seguente:
La "Kreuzzeitung", e per essa lo scrittore degli articoli, si riferisce anzitutto ai numerosi colloqui e dibattiti svoltisi in quest'ultimo tempo in Inghilterra fra ministri e parlamentari, sulla pace e sulle possibilità di concluderla. E prosegue: I discorsi inglesi sulla pace pongono ancora una volta la nostra politica ufficiale dinanzi al compito di opporre agli effetti di tali discorsi e immediatamente la più opportuna offensiva politica. La politica ufficiale – anche se attualmente è il tempo delle azioni e non delle parole, come ha detto il Conte Hertling – non ha il diritto di rimanersene inattiva e di stare a guardare in tutta tranquillità lo svolgersi degli avvenimenti bellici. Essa deve, invece, sfruttare immediatamente questi avvenimenti e collaborare al loro favorevole proseguimento. Sembra che la direzione della nostra politica estera consideri il maturarsi dei successi militari come una specie di pausa, riempita col disbrigo di questioni quotidiane di importanza più o meno grande. Ma in questo modo non si esauriscono i fini di un'attiva politica bellica. Il loro compito supremo è la fine della guerra, rapida più che sia possibile e coronata dal successo. La politica di guerra deve essere offensiva, e il primo elemento per il successo dell'offensiva è assicurarsi l'iniziativa. Le manifestazioni ufficiali che si sono avute sin qui, eran destinate al fallimento; im-
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perocché esse portavano l'impronta di un'offensiva stanca contro i fini di guerra avversari e contro la fraseologia. La fiducia che il mondo avesse a credere onestamente ad esse, rendeva il nemico diffidente; e la mancanza di un programma fermo lasciava facilmente sospettare pericolosi agguati. Alle manifestazioni ufficiali, non solo, ma anche alla "risoluzione" della maggioranza del Reichstag, mancavano quelle chiare linee che sole potevano determinare e individuare fini di guerra esatti e non ambigui: Le condizioni di pace debbono esser messe in ogni modo in discussione. Bisogna cominciare un'offensiva pacifista, che colpisca in pieno la mentalità dei popoli belligeranti in tutte le loro correnti, e che sappia dare ai propri intenti, chiaramente espressi, il carattere di naturale scioltezza. La politica deve appoggiare efficacemente gli sforzi militari: Lo stato'd'animo attuale in Inghilterra è adattattissimo per l'inizio di una grande azione politica. I principali fini di guerra contro la Gran Bretagna debbono essere dichiarati pubblicamente, e dettagliatamente giustificati: L'Impero tedesco lotta esclusivamente per le basi della sua esistenza e per le garanzie reali del suo libero sviluppo. Il problema non coinvolge le sole coste fiamminghe, poiché il valore di queste è soltanto relativo, ma la libertà dei mari tanto in pace guanto in guerra, le questioni dell'economia mondiale (sfere di interessi, porte aperte, acquisto di materie grezze) e la resa dei conti in quanto alle colonie. È facile formulare i parti -
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colari concreti in modo esatto e persuasivo anche per l'estero, senza per ciò inceppare la libertà d'azione diplomatica. In questo e nel freddo calcolo della questione del disarmo debbono ricercarsi le vie della politica pratica e le possibilità atte ad influenzare anche lo spirito del nemico. L'esatta conoscenza delle nostre pretese, efficacemente giustificate dal nostro incontestabile diritto, indurrà gli Inglesi a riflettere seriamente se non sia più vantaggioso per essi, rendere ad esse esigenze giustizia, invece che continuare senza scopo alcuno la guerra.
L'offensiva pacifista non dovrà assumere la forma di un a offerta di pace. Colla notificazione delle principali richieste concrete, tutto quanto il dibattito sui fini di guerra fra i popoli belligeranti uscirebbe dal campo della sfrenata demagogia ed entrerebbe nel binario della discussione obbiettiva. Tutto il mondo, allora, sotto l'influsso dei nostri inoppugnabili diritti da noi esposti con forza persuasiva, sarebbe facilmente al caso di constatare che il riconoscimento delle richieste tedesche non tocca le basi dell'esistenza di nessuno dei popoli a noi nemici. L'opinione pubblica dei paesi neutrali appoggerebbe certamente i nostri argomenti, e ciò contribuirebbe ad aumentare l'effetto. Il peso delle nostre brillanti vittorie militari, la nostra salda alleanza e la nostra resistenza economica assicurata ormai dopo la conclusione della pace in Oriente, stanno là a confutare il timore che un'offensiva pacifista abbia ad indebolire la nostra posizione politica.
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Se, pubblicando i nostri principali fini di guerra potremo toglier di mano agli uomini di Stato avversari la loro carta preferita sull'ambiguità tedesca, e li costringeremo insieme a tutta la loro stampa a discutere obbiettivamente le nostre richieste in faccia a tutto il mondo, noi ne usciremo rinforzati. Soltanto chi giudicherà le cose da un punto di vista ingenuo, soltanto chi sarà inviluppato nel ginepraio del mondo immaginario di metodi politici ormai oltrepassati, potrà credere che colla pubblicazione dei nostri fini di guerra si debba rinunciare ai vantaggi della libertà d'azione diplomatica. L'opinione pubblica tedesca ha rivelato sin qui un frazionamento di forze nel trattamento della questione sui fini di guerra; frazionamento che mette in pericolo l'unità interna e impone al Governo la formulazione programmatica dei suoi fini di guerra. Alla condotta della guerra vien reso più arduo il lavoro se nelle stasi belliche e durante i preparativi essa non viene appoggiata da un'attiva politica che inciti l'opinione pubblica e la entusiasmi. Formulare le richieste dinanzi all'Inghilterra è facile e giustificato, quando la formulazione sia informata alle imprescindibili necessità della indisturbata esistenza futura a noi s p ettante di diritto, e non sia ispirata all'eventuale risultato delle azioni belliche. Il nostro proprio vantaggio ci vieta di presentare altre richieste all'infuori dell'assicurazione dei nostri interessi vitali e della riparazione dei danni inflittici colla guerra. Tornata la pace noi non potre-
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mo viver soli, considerato che il nostro campo d'attività è il mondo int i ero; per questo noi voglia m o addivenire ad un accomodamento che ci renda giustizia. Se il nemico nega di accordarci le nostre richieste, vuol dire che vuol la distruzione della Germania; imperocché egli annienta le basi dell'sistema tedesca. Un programma chiaro sfaterebbe ancora quelle misteriose leggende venutesi a formare su ipotetici disaccordi fra il Supremo Comando e il Governo. Noi abbiamo bisogno che il Supremo Comando e il Governo vadano d'accordo. Il popolo deve sapere qual è la sua strada e il Governo deve additargliela.
È anzitutto necessario che il programma venga fissato di comune accordo con i vari dicasteri.
Esso può avere l'approvazione del Reichstag con una maggioranza schiacciante. È opportuno prender prima contatto con i partiti per dare al programma un solido ancoramento; per drizzare nella direzione voluta le manifestazioni dei partiti e per appoggiare in modo efficace la politica ufficiale dei fini di guerra. Rimane, poscia, compito dei Dicasteri dare alle singole principali questioni del programma una motivazione efficacissima. Per ottenere questo scopo, la via più semplice sarebbe che persone idonee – un eminente rappresentante dell'economia politica, uno delle Colonie, uno dell'Esercito, della Marina, del Diritto internazionale e uno storico, guidati da un diplomatico specialmente chiamato alla bisogna – si riunissero presso il Cancelliere ed elaborassero un
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programma. Questi tecnici e periti dovrebbero presentare ampio materiale concreto, atto ad assicurare agli uomini di Stato un'efficace propaganda delle richieste tedesche in quanto ai fini di guerra e a costituire la più efficace risposta alle manifestazioni avversarie. Il tempo opportuno per ciò fare è proprio questo, poiché i successi militari varranno a raddoppiarne l'effetto. Chi vuol lasciar la parola soltanto alla spada, giudica troppo piccola la portata di questa guerra e non ha intendimento alcuno per le sue esigenze politiche.
Queste, riprodotte in breve sintesi, le elucubrazioni dei due articoli nella "Kreuzzeitung". La stampa dei partiti della maggioranza ne ha preso conoscenza con piacere e con attenzione. I giornali rilevano che molti pensieri, specialmente quello espresso nell'ultima frase, non sono nuovi, ma proclamati da altri già da lungo tempo e avversati vivamente sin qui, in vero dire, dalla stampa conservatrice e pangermanista. Infatti, i politici della maggioranza del Reichstag sono stati continuamente d'opinione che accanto alla condotta militare si svolgesse una condotta politica della guerra, mirante ad un accomodamento; che coi successi militari soltanto non si può addivenire alla conclusione della pace, e che nella questione dei fini di guerra si deve portare una buona volta la luce. Questi pensieri sono ormai da lungo tempo bene comune di ampi circoli in Germania, ed è quindi logico che i partiti della maggioranza abbiano appreso con interesse come, finalmente, anche nei circoli conservato-
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ri un tale concetto si sia fatto strada e si sia imposto. D'altra parte, nella soddisfazione provata dai circoli della maggioranza rimane tuttora un leggero dubbio se queste pubblicazioni nella "Kreuzzeitung" rappresentino davvero l'espressione delle opinioni del partito conservatore, e se a questo supposto accomodamento in parola in quanto ai particolari delle condizioni da porsi – secondo il concetto conservatore – dalla Germania, sia di una tal natura da accordarsi davvero col pensiero di un vero accomodamento; o, espresso in altre parole, se alla "Kreuzzeitung" interessi davvero concludere una pace sulla base dell'accomodamento, o non piuttosto creare, con l'offensiva pacifista domandata, la base per i fini di guerra conservatori. Questi dubbi hanno determinato nei vari circoli opposti giudizi sull'opportunità o meno di procedere ad un'offensiva pacifista.
L'organo socialista, il "Vorwärts", è d'opinione che sia giusto domandare la pubblicazione dei principali fini di guerra rispetto alla Gran Bretagna, e dice accordarsi ciò col concetto socialista. Aggiunge esser accettabile che la "Kreuzzeitung" avanzi soltanto richieste miranti ad assicurare interessi vitali tedeschi; ma divergere alquanto le opinioni su un punto capitale: che cosa intendono mai i conservatori per interessi vitali del popolo tedesco? L'esperienza insegna che i conservatori e i pangermanisti non possono immaginarsi l'assicurazione dell'esistenza della Germania senza annessioni. – Il "Vorwärts" esprime quindi il timore che la "Kreuzzeitung" miri, colla sua richiesta, a sfruttare il momento favorevole di una fortunosa offensiva per legare durevolmente
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il Governo ad un programma annessionistico. Ciò non ostante il "Vorwärts" raccoglie il grido della "Kreuzzeitung"; ed anche esso vuole si proceda ad un'offensiva pacifista e alla pubblicazione dei fini di guerra, ma corrispondentemente alle parole dell'Imperatore: "Noi non siamo mossi da brama di conquiste". In quanto all'offensiva diplomatica dice che questa dovrebbe persuadere l'Intesa durante i successi militari in Occidente che qualsiasi speranza di schiacciare la Germania è vana; e persuaderla inoltre che da una Germania vittoriosa non avrebbe da attendersi giammai oppressioni, violenze, o separazione di territorio nazionale. L'offensiva pacifista diplomatica porterà – conclude – insieme ai successi dell'offensiva militare la desiderata pace, purché l'offensiva diplomatica sia sferrata nel senso della pace d'accomodamento. La "Frankfurter Zeitung" rileva che molti pensieri pubblicati adesso dalla "Kreuzzeitung" sono stati bollati fin qui da questo stesso giornale e dai circoli che rappresenta come reati d'alto tradimento. A quest'organo (alla "Kreuzzeitung") che viene oggi a dire non poter la Germania vivere isolata dopo la guerra, essendo il suo campo d'azione il mondo intiero ed esser necessario quindi, addivenire ad un accomodamento che renda giustizia alle richieste tedesche, noi ricordiamo che appunto per queste stesse stessissime cose, dette dai propugnatori della pace d'accomodamento, la "Kreuzzeitung" li tacciò di "ideologi estranei al mondo" e perfino di "agenti del nemico".– La "Frankfurter Zeitung" dice di non essere arrivata a comprendere se con l'offensiva pacifista proposta dalla "Kreuzzeitung" si vuol davvero mirare ad
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una conclusione della pace o se non dovrà servire piuttosto ad appoggiare la condotta militare della guerra. "Lord Robert Cecil interpretò le parole "offensiva pacifista" così: che esse non costituiscono un'offerta di pace ma un mezzo come un altro di condotta della guerra. Molte cose negli articoli della "Kreuzzeitung" provocano pensieri simili, e sono adatte a far credere che si voglia imprimere all'offensiva pacifista una direzione ben diversa da quella naturale; ossia quella rappresentata dal senso genuino delle parole stesse." Comunque alla "Frankfurter Zeitung" sembra essenziale il riconoscimento fondamentale da parte della "Kreuzzeitung" che si debba venire in ogni modo ad un accomodamento. Se si vorrà esser ragionevoli si addiverrà, alla fine, ad una sistemazione ragionevole et equa, che lasci alle due nazioni Germania e Inghilterra, i loro diritti e la possibilità di sviluppare le loro forze senza contrastarsi il cammino. L'organo liberale saluta il progresso che un tal riconoscimento fa anche in circoli rimasti sin qui agli antipodi di un tal pensiero. Trova notevole che gli articoli della "Kreuzzeitung" parlino soltanto del valore relativo della costa fiamminga, dinanzi ai problemi di gran lunga più importanti della vita economica tedesca, della libertà dei traffici e del regolamento della questione delle Colonie. Ma fin tanto che uomini come Lloyd George, Lord Curzon, Clemenceau e Sonnino saranno alla testa del Governo dell'Intesa – scrive la "Frankfurter Zeitung"– mancherà la buona volontà della parte avversa, per giungere ad un accomodamento; mancherà, cioè, l'Intesa; e finché essa mancherà non si potrà giungere alla pace desiderata. Per buona fortuna
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le vittorie tedesche parlano una lingua eloquentissima in faccia a tutto il mondo; esse spazzeranno a suo tempo questi uomini di Stato come a suo tempo prepararono il crollo dello Zarismo.
La "Kölnische Zeitung", organo liberale nazionale, dice esser giunto il momento, oggi che le vittorie militari tedesche son così imponenti, di farsi avanti con l'esposizione dei fini di guerra chiaramente formulati. Esser questo opportuno, specialmente per riguardi di politica interna, poiché la disparità d'opinioni sui fini di guerra potrebbe, a lungo andare, operare scissioni. Il foglio liberale-nazionale si rallegra che il "Vorwärts" sia d'accordo colla "Kreuzzeitung", in quanto al desiderio che i fini di guerra sian pubblicati. Dichiara però che le opinioni sulla misura delle garanzie da chiedersi per assicurare i vitali interessi tedeschi non sono divergenti soltanto fra le due ali estreme. Che si possa ritornare allo Status quo ante è, per la "Kölnische Zeitung" assolutamente impossibile; la Germania entrò in guerra nel 1914 non mossa da brama di conquista, è vero, ma in questi 4 anni di guerra ha imparato con qual razza di avversari essa ha da fare. Ne consegue che le garanzie da chiedersi debbono prendere in considerazione le dolorose esperienze fatte. Conviene che il problema è assai difficile, ma insiste sulla necessità di affrontarlo e di risolverlo. Per ciò fare, è necessario l'accordo e il lavoro comune della diplomazia e del Supremo Comando dell'esercito, e, nel popolo, la volontà di giungere ad una mèta unitaria. Occorre però, conclude la "Kölnische Zeitung", che anzitutto si raggiunga all'interno l'unità in
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quanto ai fini di guerra.
La "Germania", nei cui commenti si rispecchia in modo tutto speciale l'attitudine dei partiti della maggioranza, raccomanda, nella valutazione della proposta conservatrice, cautela e ritegno. In nessun caso – dice – un'offensiva pacifista avrebbe successo se non si partisse dalla premessa di un ampio accordo fra Reichstag, Governo e Supremo Comando dell'esercito, e non fosse appoggiata dalla maggioranza del Reichstag e dal popolo. I pensieri svolti negli articoli in parola combaciano in molti punti colle premesse politiche della "Risoluzione di pace", rimane tuttavia a vedersi se i desideri racchiusi nella proposta conservatrice sono identici alle intenzioni della "Risoluzione" del Reichstag. Del resto si può essere di parere diverso sull'importunità e necessità o meno di un'offensiva pacifista. Comunque il Governo dovrà pronunciarsi sulla questione della pubblicazione dei fini di guerra; non foss'altro per rispondere alle allusioni della "Kreuzzeitung" sul suo presunto debole contegno.
Fin qui i più importanti commenti della stampa. Se nei giornali rappresentanti la politica della maggioranza del Reichstag vien espressa una certa sfiducia basata sull'esperienza attinta nei dibattiti svoltisi sin qui sui fini di guerra – sfiducia che gli articoli apparsi nella "Kreuzzeitung" sian davvero l'espressione genuina di nuove vedute del partito conservatore, – ciò non avviene senza ragione. Infatti, un articolo della redazione della "Kreuzzeitung", successivamente apparso, giusti-
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fica tali dubbi. La " Kreuzzeitung " dichiara espressamente di non essere nient ' affatto d'accordo in molti punti coll'autore degli articoli , e che il suo modo di vedere politico non ha subito alcun cambiamento. Evidentemente i commenti che quei due articoli hanno provocato in tutta la stampa, le sono parsi così gravidi di conseguenze da farle temere che il partito conservatore potesse sospettato [sic] di essersi ormai avvicinato colla sua politica alla politica dei partiti della maggioranza. Oltre a ciò è chiaro che il partito conservatore non vuol aver nulla di comune collo scrittore degli articoli in quanto all'accusa di debolezza lanciata contro il Governo.
Tutto indica, dunque, che siano [sic] dinanzi all'opinione privata di un conservatore. Comunque è assai notevole che anche fra i politici conservatori vi sia chi si stacca dalla politica ufficiale del suo partito. Si noti ancora che la "Kreuzzeitung", dichiarando espressamente che il suo punto di vista fondamentale e diametralmente opposto si riferisce ancora a questo, ha messo a disposizione del medesimo autore lo spazio per un terzo articolo, nel quale questi espone in forma concreta i suoi principali fini di guerra contro la Gran Bretagna, da quest'articolo risulta, che l'autore non trovasi molto lontano dai principi e dalle intenzioni della Risoluzione del Reichstag del 19 luglio.
Il nocciolo della questione del dibattito dei fini di guerra in Germania è il seguente: I conservatori e i pangermanisti vogliono solide garanzie ai confini con l'annessione di parti dei territori occupati, per far della Germania, in certo qual modo una fortezza inattaccabi-
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le. Essi vedono l'avvenire della Germania essenzialmente dal punto di vista continentale. La maggioranza del Reichstag vuole una pace che apra alla Germania le porte del mondo, le porte di nuove costellazioni politiche, e specialmente le porte per accedere alle sorgenti economiche e agli sbocchi di smercio; essa vuole la Germania forte nella politica mondiale ed economicamente indipendente. Questo punto di vista vien condiviso anche dal collaboratore della "Kreuzzeitung". Egli dice:
"In questa guerra non si tratta di contese facilmente appianabili. È, quindi, necessario che le nostre mire politiche vadano al di là del ristretto orizzonte delle questioni continentali di territori, e che rientrino nell'ambito di una considerazione più planetaria della situazione politica. Questa guerra è diretta contro le basi della nostra posizione mondiale. Ora queste basi debbono essere invece assicurate ed ampliate, e noi non abbiamo mai creduto che questo potesse avvenire escludendoci ermeticamente dall'al di fuori, semplicemente annettendo i territori da noi conquistati, i quali possono essere per noi soltanto il mezzo per lo scopo, ma giammai lo scopo in sé stesso. Le possibilità di nuove e più vantaggiose costellazioni politiche dopo la guerra ce le creeremo chiedendo per noi, solo ciò che per noi è necessario ed essenziale. Quando avremo riconosciuto la giustezza di tutto ciò, non tenderemo troppo l'arco e non daremo un valore esagerato a questioni di secondaria importanza."
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Lo scrittore dell'articolo non scorge, dunque, lo scopo precipuo assicurarsi garanzie mediante l'incorporazione di territori conquistati, sibbene coll'assicurare la posizione mondiale della Germania. Questi scopi possono esser raggiunti solo ottenendo dinanzi all'Inghilterra:
1.) la libertà dei mari,
2.) il regolamento delle questioni economiche,
3.) l'aggiustamento della partita in quanto alle colonie.
Chiosa al n°1) La libertà dei mari durante la guerra viene assicurata, secondo il suo modo di vedere, mediante la contemporanea abolizione del diritto di preda, del blocco e del contrabbando. Nella pratica, però, un accordo internazionale già esistente si è rivelato insufficiente su questo punto. Si deve aggiungere a tutto ciò la soluzione del problema della diminuzione degli armamenti e del tribunale arbitrario internazionale nel senso dell'Appello pontificio e della Nota tedesca in risposta a que ll'Appello. La libertà dei mari diviene una realtà dal momento in cui cesserà l'egemonia inglese sul mare. Se l'Inghilterra, effettuando la proposta di disarmo da essa stessa avanzata, ridurrà la sua flotta da guerra al puro necessario per la polizia dei mari; se smantellerà le fortezze da essa occupate, Gibilterra, Malta, Aden, Singapore, ecc., ecc., ed internazionalizzerà i relativi porti, mancherà alla Germania la necessità di migliorare gli svantaggi della sua posizione marittima attuale dinanzi all'Inghilterra, creando simili basi navali. In questo deve ricercarsi, secondo l'autore, la chiave della sua afferma-
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zione che il valore delle coste fiamminghe è per la Germania relativa. Secondo lui, saranno senza valore per la Germania quando la libertà dei mari risulterà davvero assicurata ; e nulla si opporrà più alla restituzione del Belgio quando l'Inghilterra si dichiarerà pronta ad accordare le garanzie richieste. La proposta del politico conservatore considera infine la questione belga e più precisamentela questione delle coste fiamminghe esclusivamente dal punto di vista del pegno.
Chiosa al n°2) Lo stesso vale per gli altri territori occupati in occidente in quanto al regolamento delle questioni d'economia mondiale. Se la Germania si vedrà dinanzi ad una guerra economica dell'Intesa, e non potrà più rifarsi nel mercato mondiale la sua posizione annientata, si vedrà costretta ad ampliare sul Continente la sua base di esistenza. La restituzione dei territori occupati dipende da questo: se l'Intesa (e specialmente l'Inghilterra) si opporrà o no alla rinascita del commercio mondiale tedesco, annientato per la maggior parte grazie a misure belliche contrarie a qualsiasi diritto internazionale. La Germania domanda garanzie per poter sviluppare il suo commercio mondiale. Essa vuole parità di trattamento sui diritti economici realmente garantiti. Queste garanzie possono aversi, secondo l'autore,
a.) mediante convenzioni contrattuali su un sufficiente acquisto di materie greggie cedute secondo le regole del massimo favore;
b.) in una partecipazione della Germania allo sfruttamento economico di tutti quanti i centri economici mondiali.
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In questi centri economici dovrebbero essere insediate commissioni internazionali di controllo. I delegati rappresentanti del commercio e dell'industria tedeschi dovrebbero così garantire la equa partecipazione della Germania nella spartizione dei lavori pubblici. La Germania domanda le possibilità di un acquisto sufficiente di stoffe grezze e di uno smercio dei suoi articoli, corrispondentemente alle sue forze economiche, come hanno già gli altri popoli da lungo tempo. A queste condizioni la Germania potrebbe anche rinunciare ad un'indennità di guerra in contanti.
Chiosa al No 3). L'aggiustamento della partita in guanto alle colonie comprende la restituzione alla Germania di tutte le sue colonie. Oltre a ciò dovranno cessare alla conclusione della pace tutte le divergenze coloniali; e il possesso coloniale dovrà esser diviso in modo da trarre il massimo profitto dall'economia coloniale. Tutto quanto il mondo risentirà vantaggi enormi da una tale messa a frutto. Era già una mostruosità che la Germania, colla sua forte popolazione e colle sue eminentissime forze economiche, possedesse colonie meschine dirimpetto alla Francia, al Belgio, al Portogallo e all'Inghilterra. La Germania ha diritto ad un possesso coloniale che corrisponda alla sua importanza economica. Il politico conservatore domanda, quindi, che l'Impero tedesco venga arrotondato. L'Inghilterra ha riconosciuto in principio questa richiesta, mediante accordi conclusi prima della guerra sul possesso coloniale portoghese.
Questi fini di guerra che, invece di garanzie con-
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tinentali con l'annessione di territori occupati, come vorrebbero i pangermanisti, mirano ad un rafforzamento politico ed economico mondiale del popolo tedesco e al ristabilimento della parità dei diritti nel mondo, in quanto alla Germania, all'Inghilterra, alla Francia, vengono a trovarsi completamente nell'ambito della Risoluzione di pace del Reichstag, la quale, mentre ricusa da una parte violazioni politiche, territoriali e finanziarie, esige dall'altra la libertà dei mari, rigetta il blocco economico dei popoli, domanda l'organizzazione internazionale del diritto, e, per la Germania, il diritto di vita e di sviluppo che le spetta.
I primi due articoli del politico conservatore, specialmente riguardo alla questione dell'"offensiva pacifista" potevano sollevare dubbi da parte dei giornali della maggioranza; ma l'obiettività del terzo articolo con l'esposizione dei principali fini di guerra, fa pensare che sia possibile un accordo fra lui e la maggioranza del Reichstag nella questione dei fini di guerra. È vero che una rondine non fa primavera e che l'autore degli articoli non è ancora il partito conservatore. Le divergenze esistenti fra la destra e la sinistra in questa tormentata questione rimangono dunque, per ora, inalterate.
Empfohlene Zitierweise:
Erzberger, Matthias, Un politico conservatore propugna un'offensiva pacifista e la notificazione dei fini di guerra. I suoi principali fini bellici rispetto all'Inghilterra vom 08. Juni 1918 , Anlage, in: 'Kritische Online-Edition der Nuntiaturberichte Eugenio Pacellis (1917-1929)', Dokument Nr. 638, URL: www.pacelli-edition.de/Dokument/638. Letzter Zugriff am: 28.05.2020.
Online seit 02.03.2011