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Dokument-Nr. 8614

Erzberger, Matthias: La Nota di risposta tedesca alla Lettera Pontificia e la stampa dei grandi partiti in Germania. III., 29. September 1917

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La risposta della Germania alla Nota pontificia per la pace fu pubblicata, com'è noto, in Germania, sabato 22 settembre, dei commenti della stampa, comparsi nel medesimo giorno, noi abbiamo riferito i principali nelle due relazioni precedenti. In una serie di edizioni della domenica (23 settembre) presero poi la penna per manifestare il loro avviso sulla Nota come sui problemi da essa sollevati parecchi uomini autorevoli: parlamentari, professori di Università, funzionari superiori dello Stato a riposo. In quel che segue noi riassumeremo le considerazioni di quattro di tali persone eminenti perché atte quanto mai a dimostrare l'effetto della risposta della Germania su cittadini altolocati e che appartengono al fiore della intelligenza germanica.
Nel "Tag" il consigliere intimo di prefettura, professor dottor Martin Fassbender, membro del Reichstag e della Camera dei deputati prussiana, ha pubblicato un articolo intitolato "intorno alla risposta della Germania alla Nota pontificia per la pace." L'autore prende le mosse dal fatto che lo scoppio della guerra trovò la Germania unita, mentre, nell'incamminarsi verso la pace, sembra che le sue forze si disperdano. A leggere la stampa quotidiana si è quasi indotti a pensare che certa gente si sia proposta di destare all'estero l'impressione della massima, discordia in Germania. Nella questione degli scopi di guerra le opinioni, in realtà, divergono assai. Volgari pregiudizi tentano d'imporsi; negli scritti e nei
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discorsi non si conoscono più freni, e mentre si esige per se stessi illimitato diritto di manifestazione del proprio giudizio, si nega, ad un tempo, a chi pensa diversamente il diritto di sostenere la sua opinione. Né basta: si vuole che il proprio convincimento scaturisca dal più puro amor di patria, e che, invece, ogni avviso contrario costituisca un tradimento. Il professor Fassbender si preoccupa però, soprattutto, del fatto che si tenta di approfittare della scissione religiosa della Germania per suscitare correnti popolari sfruttando la diffidenza fra i seguaci di confessioni diverse a scopi politici. Come nati da questo spirito devono considerarsi pure – secondo il Fassbender – quei commenti nei quali si è cercato di giudicare la Nota del Papa per la pace da un punto di vista meramente protestante e di respingere la sua opera mediatrice. L'autore si sofferma quindi sull'articolo che il membro della Camera dei Signori prussiana, conte Albrecht zu Stolberg-Wernigerode, ha pubblicato in un piccolo giornale di provincia e che culmina nell'affermazione che "la Germania protestante" non può assolutamente riconoscere il Papa come suo padre spirituale, ma deve anzi protestare contro la sua ingerenza in questioni che riguardano l'Impero Germanico. Il professor Fassbender accenna alla confutazione delle affermazioni del conte stampata dalla "Kölnische Volkszeitung" ed osserva, dal canto suo, che non esiste "una Germania protestante" ma solo cittadini tedeschi, di diversa confessione religiosa, fra i quali soltanto i cattolici ascendono a 24 milioni. Questi cattolici, e con essi gli ebrei, i libero-pensatori, i pan-
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teisti, gli atei, i fuori di ogni religione e confessione non sono certo disposti a lasciarsi comprendere nella "Germania protestante". Invece di disputare sulla giustificazione o no della formula "pace per via d'accordo", tutti dovrebbero pensare ad insistere su quanto può infondere la concordia negli animi. La formula "pace per via d'accordo", se la si consideri a rigore, implica una cosa ovvia. Ogni pace deve, in conclusione, ottenersi per via d'accordo e di accomodamento. Una pace per via d'intesa non equivale ad una pace ottenuta con la rinunzia alla prosperità futura della Germania. È naturale che l'accomodamento da conseguirsi con le trattative di pace debba garantire alla Germania non solo la sua sicurezza politica, ma altresì il suo progressivo sviluppo economico. Non il fatto che il Reichstag germanico, nonostante la più incrollabile fiducia nella vittoria e la più ferma volontà di vincere, nonostante la piena coscienza della forza della Germania, si è, in maggioranza, pronunziato per un'intesa dei popoli nuoce al prestigio dell'Impero, ma lo spettacolo d'irrequietezza e di scontentezza conseguenza degli interni dissensi. Ciò premesso, il professor Fassbender passa a parlare della Nota della Germania che definisce un capolavoro di arte diplomatica. Le parole di ringraziamento e di riconoscimento rivolte al Papa nell'esordio dovrebbero essere approvate da tutti. Non v'è persona al mondo, che, per se stessa e per l'ufficio, sia meglio autorizzata a una tale missione del Papa presente, che trascorse la sua giovinezza e la massima parte della sua virilità nella diplomazia e poté farsi quindi direttamente
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un'idea esatta delle condizioni dei paesi d'Europa, del resto, pure durante la guerra, nessuno più del Papa, per mezzo dei rappresentanti ufficiali della Curia, ha avuto modo di ricevere continue e attendibili informazioni sullo stato degli animi e delle cose in tutte le parti d'Europa. Uomo di larghe vedute e fornito dell'esperienza di uomini e cose acquistata nella vita; conoscitore dei moti del cuore umano come del meccanismo diplomatico, e armato di pazienza tenace nel perseguimento di una mèta prefissasi, si può confidare che egli non si lascerà forviare dalle bassezze e dalle arroganze della politica di Wilson. È poi superfluo accennare che il suo alto ufficio gl'impone addirittura di non lasciar nulla d'intentato per impedire la decadenza morale dell'umanità, come è inevitabile dopo ogni guerra, e come dopo l'odierna, data la sua estensione nello spazio e nel tempo, si avvererebbe con speciale gravità. Per tutte le discussioni che si avranno ancora nella stampa e nelle pubbliche riunioni intorno alla questione degli scopi di guerra sembra all'autore opportuno di mettere in risalto alcune particolarità della Nota, e cioè che la questione della responsabilità della guerra non viene rivangata parlandosi in essa solo di una "crisi", di una "grande catastrofe dei popoli", di una "sciagurata concatenazione di fatti"; inoltre che l'unanime intenzione e la volontà non platonica che Imperatore, popolo e Governo hanno di aprire la strada ad una libera gara delle nazioni sono manifestate senza reticenze e così la disposizione ad "appoggiare ogni proposta di pacifico accomodamento che risulti
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conciliabile con gl'interessi capitali del popolo tedesco. I mezzi speciali per conseguire questo scopo non vengono accennati: com'è giusto, dato che si voglia pensare anzitutto a indurre i contendenti a venire a patti. E a chiunque pensi che le forze d'impulsione morali nella vita del mondo non siano una chimera, una fantasia, i periodi della Nota sulla forza morale del diritto, da sostituirsi alla violenza delle armi, e l'affermazione che soddisfacenti condizioni d'esistenza e un rifiorimento della società umana non sono possibili che con la prevalenza delle energie morali, devono riuscire oltremodo graditi. La Germania ha compiuto omai, dinanzi a Dio e alla storia, quanto era in lei per il ristabilimento della pace. Oggi non è ancora possibile prevedere se l'azione del Papa sarà coronata da pieno successo. Ciò dipende interamente dalle circostanze che possono esercitare influenza decisiva sul giudizio e la volontà dei nemici. Vale anche qui il detto di Plinio, scolpito in Roma sulla tomba di Adriano VI., l'ultimo Papa tedesco: "Quanto importano le circostanze in cui è costretta a palesarsi la capacità anche dell'uomo più valente." Degne di consenso sono pure le parole scritte, tempo addietro, sul papato nella guerra mondiale da una rivista non cattolica ("Nord und Süd"): "Se il Vaticano pubblicherà un Libro bianco sulla sua opera durante la guerra, il mondo riconoscerà con immensa gratitudine l'attività instancabile di Benedetto XV. per alleviare le miserie e i dolori di questa tremenda fra tutte le guerre e per dimostrarsi fedele successore di colui che fu l'amico più sollecito di tutti gli
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affaticati e gli affranti."
Il deputato progressista Conrad Haussmann, in un articolo intitolato "La Nota-risposta tedesca" mette nella "Frankfurter Zeitung" in risalto innanzi tutto il fatto che con l'approvazione dell'Imperatore e del Comando Supremo dell'esercito, nella seduta del Consiglio della corona dell'11 settembre, alla politica del Governo svolta in armonia con la"risoluzione" della maggioranza del Reichstag è stato ricostituito l'accordo fra i pubblici poteri. La politica del Governo germanico si delinea chiaramente nella Nota in parola. Essa si fonda esplicitamente ed oggettivamente sul terreno della politica propugnata dal Reichstag il 19 luglio u. s. Anzi si spinge ancora più in là accogliendo, in principio, l'idea di un disarmo generale, cosa di particolare importanza in bocca del Governo di Berlino, giacché rinsalderà la fede nella volontà della Germania di pervenire ad una pace senza secondi fini. Il giudizio della storia sulla Nota dipenderà specialmente dall'eco che essa avrà nel mondo, ma anche se questo eco nei paesi dell'Intesa sarà stentata o discorde, il mondo non tarderà a scoprire sino a che punto l'esitare è ispirato da tattica e da ostacoli sentimentali non ancora sormontati. Più importante che l'eco'di Roma e di Pietrogrado sembra al Haussmann quella degli Stati Uniti, e non tanto l'ufficiale, quanto la privata. Wilson ha già dovuto lottare contro un vento contrario aumentante di forza, e, da settimane, contare perfino con la possibilità di un mutamento di direzione del vento. Per Londra e Parigi un dar giù dell'umore in
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Nuovayork significherebbe assai, giacché l'Intesa è tenuta su, da un anno, soltanto dalla speranza nell'America. La politica di Wilson ha incontrato l'opposizione di molti intelligenti Americani, che occorre appoggiare, né ciò si può meglio che con una politica chiara, leale, conseguente. Se il sincero tentativo della Germania sarà respinto con l'esposizione di condizioni inaccettabili per i negoziati preliminari, bisogna pure far luce nel mondo. La Germania stringe oggi ancora nelle mani la sua spada tagliente e non l'abbasserà mai ingenuamente. Bisogna attendere con calma e fermezza lo svolgersi delle correnti dell'opinione pubblica all'estero cui tocca rispondere. Non devesi perder la pazienza per ogni parola irosa di giornali nemici guerrafondai. Se in Germania voci private si levano contro la politica del Governo la cosa non è poi così nociva. Tali voci non fanno che dimostrare la serietà e la sincerità del contegno e del progresso politico della Germania. Il programma della politica estera è omai ufficialmente stabilito per la maggioranza della rappresentanza nazionale e per il Governo dell'Impero. La maggioranza del Reichstag, che fu spinta da puro amor di patria e senso della realtà, a mettersi per una via chiara e assennata, contribuirà all'attuazione di questa politica. Nella prossima votazione essa crescerà ancora. Nei riguardi della politica interna, l'accaduto costituisce una mossa da governo costituzionale e parlamentare. Il Haussmann desidera che questo non rimanga un bel caso isolato, ma che venga considerato come una prova della necessità di dare alla
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vita politica della Germania un nuovo impulso. Il fondamento per la politica odierna, fu messo in luglio dal Parlamento. La deliberazione del 19 luglio ha spianato la via all'azione posteriore. Senza, il chiarimento ottenuto per mezzo di una pubblica votazione del Parlamento tanto il passo del Governo, come quello del Papa non avrebbero potuto compiersi sopra una solida base. La maggioranza ha potuto sopportare con calma gli attacchi appassionati cui è stata fatta segno. Essa, infatti, ha reso, come ora si rivela, un gran servigio allo Stato. Il vantaggio del fronte unico di tutti i fattori legali è grande. Questo fronte è compatto. Se l'estero crede di poter ostinarsi a non cedere dovrà fare i conti con una difesa ed una risolutezza "magnifiche come nel primo giorno della guerra".
In un articolo intitolato "La forza del diritto" l'ex-segretario di Stato dottor Bernhard Dernburg, richiamandosi alla domanda di garanzia rivolta da Wilson al popolo nella sua risposta al Papa, ha scritto che la risposta della Germania contiene la prova che l'intero popolo tedesco, rappresentato dai suoi eletti, è d'accordo con essa. A questa Nota della Germania si dovrà concedere un posto particolare nella storia dei documenti diplomatici giacché essa la fa finita, per la prima volta, con "la diplomazia segreta". Essa è stata compilata con la collaborazione dei rappresentanti di tutti i grandi partiti del Reichstag e rispecchia quindi la volontà del Bundesrat, del Governo e del popolo. Le Note di Wilson non hanno nemmeno per sogno una base di tanta autorità.
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La Nota della Germania non dice nulla sulle singole proposte del Papa, ma con l'esplicita menzione della "risoluzione" del 19 luglio, lascia intravedere che pure queste proposte sono state bene accolte. Bernhard Dernburg avrebbe, desiderato tuttavia un accenno del Belgio. Egli dice, si, che la Germania vuole una pace per via d'accordo e che, naturalmente, quest'accordo deve raggiungersi simultaneamente su tutte le questioni, sicché non è possibile, stralciarne una, come quella della restaurazione e dell'indipendenza del Belgio, per trattarla arbitrariamente a parte. Si sarebbe però evitata una perdita di tempo se la Nota avesse detto che la Germania non combatte per il Belgio cui vuole lasciare il suo diritto nei limiti segnati da una pace per via d'intesa. Per il rimanente Dernburg giudica la Nota un ottimo documento, ne mette in luce lo spirito di sincerità e di buona volontà, come pure il carattere non ambiguo delle sue parole. Convincente e legittima gli sembra l'accenno all'amore per la pace del popolo tedesco e del suo Imperatore. Il Dernburg giudica che il valore precipuo della Nota risieda nell'approvazione di domande che si dissero già pacifistiche e sulle quali il Governo germanico non si era, sin qui, pronunziato. Come quella degli Stati Uniti anche, la Nota della Germania ammette che un nuovo spirito deve regnare in futuro nelle relazioni dei popoli. Il Dernburg si compiace in particolar modo del riconoscimento della forza morale del diritto. Non esiste, infatti, nel mondo, forza maggiore del diritto. Sua base è la morale e il sentimento di responsabilità degli individui e dei popoli:
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cose non materiali, di natura trascendente. A lungo andare non v'è potenza che si possa opporre alla coscienza intima del diritto della società umana. La condizione di cose che la Germania si attende dall'insediarsi del nuovo spirito promette d'essere duratura. La forza però è necessario sostegno del diritto. Essa lo difende dagli attacchi che l'umano egoismo non cesserà di tentare a suo danno. Il nuovo assetto del mondo deve essere fondato quindi sulla forza unita degli Stati civili emanante dal nuovo spirito per la prevalenza del diritto. Tanto per il Papa che per i due Imperatori e per Wilson il mezzo per assicurare questa prevalenza è la procedura arbitrale, la cui rimessa in onore, garantita dalla forza unita della civiltà, costituisce il primo compito dell'avvenire. Non importa tanto che si negozi, al modo antico, una pace che appiani i contrasti e a cui si aggiungano, poi, quasi come ornamento, disposizioni sull'arbitrato per i casi futuri. Praticamente ciò non va, dato il numero stragrande delle questioni di diritto pubblico e privato sollevate dalla guerra mondiale e che non possono risolversi con un protocollo di pace. Possibile è soltanto determinare i criteri direttivi: i particolari dovranno occupare per anni ed anni i tribunali arbitrali. La casa in cui, in avvenire, la società delle nazioni deve abitare occorre anzitutto edificarla. L'organamento dell'arbitrato e le sue sanzioni devono occupare il primo posto; le regole devono venir fissate e gli attori obbligati. La Nota tedesca non concepisce l'arbitrato come un'istituzione-commedia. La procedura arbitrale obbligatoria si avvia alla pratica
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attuazione che sola può permettere ad un paese in cattiva posizione geografica come la Germania, di discutere con serietà e fiducia sulla riduzione degli armamenti di terra e di mare. Alla forza non si può rinunziare se non si è sicuri che il diritto, che deve prenderne il posto, abbia solide radici. Dopo che Governo e Parlamento si sono, nella Nota, pronunziati senza reticenze a favore delle idee fondamentali dei sostenitori della pace, bisogna esigere che la gran massa del popolo venga illuminata sull'utilità della procedura arbitrale. La proposta del Papa è un documento di valore etico straordinario come quella che condanna lo stato immorale dei popoli e la distruzione delle razze con tutti i fenomeni concomitanti nel campo della morale pubblica e privata. Il vantaggio di simili documenti è di manifestare ed eccitare i medesimi sentimenti. Alla conclusione della pace dovrassi pensare soprattutto alle esigenze della morale e non a quegli stati di fatto e condizioni materiali su cui sembra che il mondo sia presentemente incardinato. Quanto più la Germania si dimostrerà energica in questo punto tanto più essa potrà sostenere con successo le sue richieste, giacché in questa lotta, data la piega ormai presa dalle cose, chi vincerà moralmente vincerà anche meglio e più sicuramente. – Questo articolo dell'ex-ministro Dernburg è comparso nel democratico "Berliner Tageblatt".
"Smobilitazione degli spiriti" intitola Friedrich Meinecke, professore di storia all'Università di Berlino, un articolo pubblicato nella liberale "Frankfur-
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ter Zeitung" e nel quale egli, prendendo le mosse dal fatto che la guerra odierna, da una guerra di Stati è degenerata in una guerra di popoli e di civiltà, sostiene che pure quanto ai sentimenti e agli ideali occorre attuare, per così dire, una smobilitazione se si vuol giungere di nuovo ad una vera e durevole pace mondiale. La Germania, che per la prima ha sollevata la questione umana della pace, dovrebbe promuovere pure ciò senza curarsi se troverà ascolto e comprensione. È anzi dovere di manifestare i nuovi convincimenti acquistati in questa guerra per agevolare il graduale ravvicinamento degli inimicati spiriti dei popoli. La Germania è diffamata dai nemici che la gabellano per il paese in cui fiorisce il culto della forza brucale e nel quale la guerra è ritenuta un'istituzione benefica e bene accetta. Ai filosofi e agli storici del nuovo Impero si è rimproverato di aver rinnegato gli antichi ideali d'umanità tedeschi, di aver contribuito, con le loro dottrine del superuomo, della politica che non ammette altro fattore che la forza, e dell'egoismo di Stato, ad avvelenare l'anima del popolo tedesco e a scatenare la guerra mondiale. Ma proprio la scienza storica tedesca può sostenere con tranquilla coscienza di aver cercato unicamente di comprendere i fatti storici nella loro realtà scoprendo il gioco degli egoismi di Stato, degli inevitabili conflitti d'interessi e della loro logica conseguenza, le guerre. Gli storici tedeschi hanno quindi agito come ogni altro storico serio dei paesi nemici, e non hanno motivo alcuno di mutar strada. La lotta per la potenza fra Stati e nazioni non può sopprimersi: anche
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il più vivo bisogno di pace dei popoli oggi così fomentati non metterà fine ad essa. Nondimeno, – e qui il Meinecke si addentra nel suo tema – anche il pensatore più freddo deve oggi riconoscere che dopo le trasformazioni e le esperienze della guerra odierna sta forse per sorgere una nuova era nella vita dei popoli e degli Stati, una nuova, era in cui la lotta per la potenza prenderà altre forme e un carattere più mite e tranquillo. Il Meinecke ricorda qui il periodo della restaurazione, un secolo fa, nel quale pure sembrò che si aprisse per i popoli un'era di pace. Ma il pacifismo conservatore predicato allora dalla Santa Alleanza ai popoli non fu schiette, sicché, quando i popoli manifestarono oltre il bisogno di pace anche quello di libertà, si trasformò in cupa e feroce repressione. Il Meinecke si domanda se non forse anche il pacifismo democratico di Wilson, di questo "Metternich alla rovescia" non sia poco genuino. Egli crede sincere le ideologie di Wilson, ma soggiunge che è il proprio della natura anglo-sassone che con la fede nella propria missione sia fusa intimamente l'istinto di dominio di una razza già per lo straordinario favore della sue posizione geografica tentata ad aspirare il predominio nel mondo. La Germania si accosta quindi con tutta la necessaria prudenza, con tutte le riserve che le esperienze storiche e psicologiche le consigliano al campo dei disegni, delle speranze e dei sogni concernenti una futura Lega di pace dei popoli, i tribunali arbitrali internazionali, il disarmo, la libertà dei mari garantita da trattati ecc. La Germania può però anche procedere con passo sicuro su
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questa via giacché al disopra degli egoismi nazionali riconosce altresì la forza e la necessità delle idee universali; dei diritti e dei doveri imprescrittibili dell'umanità; della comunanza di spirito e di cultura, sempre rifiorente, della famiglia dei popoli che dall'occidente cristiano è omai penetrata in tutto il mondo. Questa famiglia di popoli si differenzia e s'individua in sempre nuove lotte attraverso le quali però si ricostituisce creando nuove sintesi tra nazionalità e umanità. Secondo il Meinecke i segni dei tempi dicono che, dopo la pace, alla guerra dei popoli subentrerà una formidabile lotta degli spiriti, lotta da combattersi solo nel seno dei singoli popoli, fra i rappresentanti delle correnti nazionalistiche e sciovinistiche, dei sentimenti d'odio e di vendetta, da una parte, e dei fautori della conciliazione degli ideali nazionali e umani dall'altra. Ogni popolo, anche la Germania, devo scontare, così, per suo conio, la sua parie di colpa. Che lo spirito pangermanistico, per la inaudita tensione di forze richiesta dai Tedeschi per la difesa dell'esistenza della Germania, abbia trovato, in questa guerra, tanti nuovi seguaci è spiegabile, ma non c'è dubbio che dopo la guerra non sarà più così. L'idea pangermanistica ha avuto la missione di richiamare l'attenzione dei Tedeschi sui pericoli della loro posizione mondiale e sui futuri compiti politici della Germania nel mondo. Tale compito essa lo ha però assolto già da un pezzo. A molti uomini capaci e valorosi essa è certo di conforto durante la guerra, ma un così tangibile ideale non occorre per adempiere il proprio dovere verso la pa-
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tria. La ferma decisione di fare l'estremo possibile per difendere l'integrità, l'onore e la sicurezza della patria può e deve scaturire anche da fonti diverse è più pure. La pace da conseguirsi combattendo deve divenire maestra di più vera e ragionevole arte di Governo e costringere i sognatori a guardare in faccia la realtà. La speranza che a questa guerra terrà dietro un lungo periodo di pace si fonda non soltanto sul bisogno di riposo di tutti i popoli ma anche sull'esperienza fatta che la guerra non può più in avvenire considerarsi senz'altro come un mezzo acconcio di continuazione della politica per l'appagamento di determinate necessità vitali del singolo Stato. Data l'odierna profonda concatenazione degl'interessi politici ed economici dei grandi popoli, ogni guerra fra loro è naturale che tenda a trasformarsi in una conflagrazione mondiale. Ripetendosi una guerra simile si tornerebbe a fare, in misura anche più terribile, l'esperienza odierna, e cioè che la guerra si confuta da se stessa. Essa, infatti, non può provocare più decisioni definitive e radicali. La coalizione materialmente più grande e più formidabile che la storia ricordi non è riuscita a vincere quella relativamente piccola delle Potenze centrali. Ciò è avvenuto, a prescindere dalla forza di resistenza morale, per l'inaudito sviluppo della tecnica moderna. Poiché ad ogni arma d'attacco se ne può contrapporre una nuova, il maggior peso della massa può venir sempre compensato. Similmente il blocco contro la rifornitura di materie prime non può avere importanza decisiva giacché per ogni materia prima mancante si riesce a trovare un succe-
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daneo più o meno equivalente. Si può dire, dunque, che la gara della tecnica è ad un tempo, efficace ed inefficace: efficace pure per il debole difensore, inefficace per l'assalitore e per la politica giacché al termine di una simile guerra non rimane altro che riallacciare il filo tagliato dalla spada. Il lato deplorevole di questa massima capacità tecnica è che tutta la forza fisica e spirituale delle nazioni si concentra nell'opera di reciproca devastazione e distruzione. Solo la riflessione e la ragione dei popoli e dei loro duci può arrestare questo crescendo senza fine. Il Meinecke non intende abbandonarsi a sogni di pace eterna ma crede sia dovere della presente generazione il contribuire, col pensiero e coll'azione, all'opera di componimento dei contrasti fra i popoli per via di pacifica intesa e di organiche istituzioni. Si deve riconoscere che nel pensiero dei pacifisti, allo stato odierno delle cose, esiste un nocciolo utilizzabile che va sfruttato. Sin qui si ebbe la convinzione che tutti i trattati conclusi a favore della conservazione della pace dipendessero troppo del buon volere dei popoli e non costituissero quindi un serio equivalente delle garanzie reali. Queste garanzie non devono mancar mai, giacché altrimenti l'equilibrio delle forze, che ora screditano la guerra come strumento della politica, verrebbe subito a cessare. Questo equilibrio delle forze, che si manifesta ora quale risultato della guerra e di tutta l'evoluzione storica moderna, può e deve dare origine anche ad un nuovo buon volere dei popoli che sia capace di dare una più valida sanzione ed infondere una
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maggiore autorità alle idee pacifistiche. I fatti reali soltanto come i sentimenti non possono mai ottener ciò. Solo se la penetrazione nella realtà è elevata a massima morale e nella sfera dell'ideale può fecondare la vita.
Oltre che con la penna molte persone eminenti hanno manifestato a voce, in grandi riunioni, il loro giudizio sulla risposta della Germania. Noi citiamo qui soltanto i discorsi che il deputato Erzberger ha tenuto nella Germania meridionale. In quello di Ulm (24 settembre) dinanzi a migliaia di persone, egli distinse queste tre pietre miliari sul cammino della pace: il 19 luglio ("risoluzione" del Reichstag); il 15 agosto (Nota del Papa); il 19 settembre (risposta della Germania alla Nota del Papa). Per quest'ultima il Governo germanico merita gratitudine, unanime approvazione e appoggio senza riserve. La risposta è degna veramente di un popolo che ha compiuto gesta mirabili. Erzberger chiamò la Nota "la più nobile risposta agli sgarbi plebei di Wilson," e rilevò che lo spirito di essa è il prodotto dell'adesione del Governo alla manifestazione per la pace del Reichstag. Consapevole della sua forza, la Germania, con questa risposta, è tornata a dirsi pronta ad una pace per via d'accordo e di accomodamento. L'umanità intera deve essere grata al Governo germanico per aver dato il primo passo sulla via d'una simile pace. Quanto alla sua efficacia all'interno la Nota può costituire la base di una nuova tregua civile essendo il risultato dell'accordo del Governo con la rappresentanza nazionale e con il popolo. Nel campo della politica estera esso spiana la via alla pace per via d'intesa, che fa sperare in una du-
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revole riconciliazione dei popoli. Dopo il discorso di Erzberger venne approvato dai presenti un ordine del giorno esprimente il più profondo e sincero ringraziamento a Sua Santità per i suoi nobili sforzi diretti al conseguimento di una pace giusta e duratura, e il pieno consenso alla dignitosa risposta del Governo.
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Empfohlene Zitierweise:
Erzberger, Matthias, La Nota di risposta tedesca alla Lettera Pontificia e la stampa dei grandi partiti in Germania. III. vom 29. September 1917 , Anlage, in: 'Kritische Online-Edition der Nuntiaturberichte Eugenio Pacellis (1917-1929)', Dokument Nr. 8614, URL: www.pacelli-edition.de/Dokument/8614. Letzter Zugriff am: 07.12.2019.
Online seit 24.03.2010