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Dokument-Nr. 984

[Erzberger, Matthias][Hertling, Friedrich Georg Graf von]: Il discorso del Cancelliere, conte von Hertling, nella Commissione principale del Reichstag, 24. Januar 1918

Nella seduta della Commissione principale del Reichstag del 24 gennaio 1918 il Cancelliere dell'Impero, conte von Hertling, pronunziò il seguente discorso:
Signori! L'ultima volta che io ebbi l'onore di parlare dinanzi alla vostra Commissione – e cioè il 3 gennaio – parve che noi ci trovassimo di fronte ad un incidente sorto in Brest-Litowsk. Io manifestai allora l'avviso che noi dovessimo attendere con tutta calma il componimento di questo incidente. I fatti mi hanno dato ragione. La delegazione russa è tornata di nuovo in Brest-Litowsk, i negoziati sono stati ripresi e continuati. Essi procedono lentamente e sono straordinariamente difficili. Già la volta passata io ho accennato alle particolari circostanze da cui queste difficoltà traggono origine. A tratti poté in realtà nascere il dubbio se la delegazione russa prendesse sul serio le trattative di pace, e ogni sorta di radiogrammi lanciati nel mondo, di contenuto oltremodo strano, potrebbero confermare questi dubbi. Ciò nondimeno io seguito a sperare che noi riusciremo a pervenire in Brest-Litowsk a raggiungere un buon accordo con la delegazione russa. A miglior punto sono le nostre trattative con i rappresentanti dell'Ucraina. Anche qui rimangono da sormontare difficoltà, ma le prospettive sono favorevoli. Noi speriamo di giungere prossimamente coll'Ucraina a conclusioni corrispondenti ai reciproci interessi e vantaggiose pure nel riguardo economico.
Un risultato, o signori, poteva già dirsi raggiunto il 4 gennaio alle 10 di sera. Come a Loro tutti è noto, i delegati rus-
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si avevano, alla fine di dicembre, domandato di rivolgere un invito a tutti i belligeranti, perché partecipassero alle trattative. A base dell'invito i delegati russi avevano messo certe proposte di carattere assai generico. E noi acconsentimmo alla domanda d'invitare i belligeranti alle trattative, alla condizione però che questo invito valesse solo per un termine di tempo precisamente determinato.
Il 4 gennaio, alle 10 di sera, questo termine era spirato senza che una risposta fosse stata data. Ne consegue che noi, verso l'Intesa, non siamo più vincolati in nessun modo; che noi abbiamo mano libera per le trattative particolari con la Russia, e che, naturalmente, noi non siamo più per nulla legati nei riguardi dell'Intesa a nessuna delle proposte di pace generali fatteci dalla delegazione russa. Invece della risposta allora attesa e che non è giunta si sono avute frattanto, come tutti Loro sanno, due manifestazioni di uomini di stato nemici e cioè il discorso del Primo Ministro inglese Lloyd George, del 5 gennaio, e il messaggio del Presidente Wilson del giorno appresso. Io riconosco che Lloyd George ha modificato il suo tono. Egli non vomita più ingiurie e sembra che voglia provare con ciò di aver quella capacità a trattare che io misi già in dubbio (Ilarità.). Nondimeno io non posso andare tanto in là, come in certi commentatori di paesi neutrali, i quali in questo discorso di Lloyd George vogliono scorgere una seria volontà di pace, anzi perfino una disposizione amichevole. È vero, egli dichiara di non aver l'intenzione di distruggere la Germania, di non averla mai avuta questa intenzione. Egli riesce anzi perfino a trovare parole di stima per la nostra condizione politica, economica e intellettuale. Ma pure tra queste non mancano altre espressioni e soprattutto la pretesa ostinata di seder a giudice della Germania colpevole, – colpevole di ogni possibile e immaginabile delitto, – una pretesa, signori, sulla quale, naturalmente, noi non ci possiamo abbassare a discutere. In essa non ci è possibile di scoprire alcuna traccia di seria volontà di pace. Noi saremmo i colpevoli dei quali l'Intesa dovrebbe giudicare! Ciò mi costringe a un rapido sguardo
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retrospettivo alle condizioni e agli avvenimenti di prima della guerra, a costo di ripetere ancor una volta cose da un pezzo note.
La costituzione dell'Impero germanico nel 1871 aveva posto fine al vecchio smembramento; con la riunione delle sue stirpi l'Impero germanico aveva ottenuto in Europa il posto corrispondente alle sue azioni economiche e civili e alle pretese su esse fondate (Bravo!). Il principe di Bismarck coronò l'opera sua con l'alleanza con l'Austria-Ungheria. Si trattò di un'alleanza puramente difensiva, così ideata e voluta, sin dal primo momento, dagli alti contraenti. Nel corso dei decenni mai è sorto anche il minimo pensiero di abusarla a scopi aggressivi. L'alleanza difensiva tra la Germania e la Monarchia danubiana, a noi alleata per antica tradizione e comuni interessi, doveva servire specialmente alla conservazione della pace.
Ma già il principe di Bismarck ebbe, come gli fu spesso rimproverato, l'incubo delle coalizioni. E i fatti del tempo che seguì dimostrarono che il suo non era soltanto una ubbia. Più volte si manifestò il pericolo di coalizioni ostili minacciante le Potenze centrali alleate. Con la politica d'accerchiamento di Re Edoardo il sogno delle coalizioni divenne realtà. L'Impero germanico, avanzante via via sulla via del progresso e che via via si irrobustiva, era una spina negli occhi dell'imperialismo inglese. Questo imperialismo britannico trovò nel desiderio francese di rivincita e nelle tendenze espansionistiche russe un aiuto sin troppo sollecito: così maturarono disegni pericolosi per il nostro avvenire.
La condizione geografica della Germania ci aveva già sempre esposti al pericolo di una guerra su due fronti. Da questo momento il pericolo divenne sempre più chiaro. Fra Russia e Francia, che insieme avevano più del doppio di abitanti dell'Impero germanico e dell'Austria-Ungheria venne stretta un'alleanza. La Francia, la Francia repubblicana, prestò alla Russia autocratica miliardi per la costruzione di ferrovie strategiche nel Regno di Polonia che dovevano agevolare la scesa in campo contro di noi. La Repubblica francese
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arruolò a servire per tre anni nell'esercito l'ultimo suo uomo. La Francia, insieme con la Russia, spinse così i suoi armamenti sino all'estremo possibile. Francia e Russia perseguirono in ciò scopi che adesso i nostri nemici dicono imperialistici.
Sarebbe stata trascuranza imperdonabile se la Germania avesse assistito inerte a questo spettacolo, se anche noi non avessimo cercato di armarci in modo da poterci difendere dai futuri nemici. Signori! Forse m'è lecito di ricordare che io stesso, come membro del Reichstag, ho parlato assai spesso di queste cose e che trattandosi di nuove spese per armamenti ho sempre dichiarato che il popolo tedesco se approvava questi armamenti intendeva attuare esclusivamente una politica di pace; che gli armamenti ci erano imposti per premunirci dai pericoli che ci minacciavano. Non sembra che queste parole siano state prese in considerazione dall'estero. E adesso dell'Alsazia-Lorena!
Dell'Alsazia-Lorena di cui Lloyd George seguita ad occuparsi. Anche ora egli riparla del torto che la Germania avrebbe fatto, nel 1871, alla Francia. L'Alsazia-Lorena – io non lo dico già a Loro, che non hanno bisogno di sentirselo ripetere, ma all'estero dove sembra che queste cose non siano ancora note – l'Alsazia-Lorena comprende, nella massima parte, territori affatto tedeschi, che vennero staccati dall'Impero germanico con violenze e offese del diritto continuate per secoli, sino a che da ultimo, nel 1789, la rivoluzione francese si divorò l'ultimo resto. Essi divennero allora province francesi. Quando noi, nella guerra del 1870, esigemmo la restituzione delle terre temerariamente strappateci non si trattò già di conquista di suolo straniero, ma esattissimamente di ciò che oggi si chiama disannessione. E questa disannessione venne poi anche riconosciuta esplicitamente dall'Assemblea nazionale francese, la rappresentanza costituzionale del popolo francese in quel tempo, e grande maggioranza di voti, il 29 marzo 1871. Anche in Inghilterra, o signo-
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ri, si parlò allora ben diversamente da oggi. Io posso citare testimonianze classiche. Fu proprio, per esempio, il celebre storico e scrittore inglese Thomas Carlyle che in una lettera ai "Times", nel dicembre 1870, scrisse:
"Nessun popolo ha un così cattivo vicino come è stato per la Germania la Francia durante gli ultimi quattrocento anni. La Germania commetterebbe una pazzia se non pensasse a un argine di frontiera fra lei e un vicino siffatto".
Faccio notare che queste espressioni assai rudi usate in questo proposito dal Carlyle contro la Francia, io non le ho adesso, per quel che mi riguarda, ripetute. –
"Non erigersi un simile argine di confine avendone la possibilità. Io non conosco legge di natura né deliberazione di Parlamento in forza del quale la Francia soltanto non sarebbe tenuta, unica fra tutte le creature della terra, a restituire una parte dei territori rubati, se il proprietario, cui ella li tolse, ha un'occasione favorevole di riprenderseli."
Giudizi simili manifestarono autorevoli giornali inglesi, come per esempio i Daily News.
Io passo ora a Wilson, signori. Anche qui io riconosco che il tono non è più quello d'una volta. Sembra che l'unanime repulsa del tentativo di Wilson di seminare la discordia fra il Governo e il popolo tedesco, nella risposta alla Nota del Papa, abbia avuto il suo effetto. Questa unanime repulsa poteva già guidare Wilson sulla retta strada e forse il primo passo è stato compiuto. Adesso almeno non si fa più parola dell'oppressione del popolo tedesco per opera di un Governo autocratico, né vengono ripetuti gli attacchi di prima a Casa Hohenzollern. Non starò qui ad occuparmi delle false rappresentazioni nella politica tedesca che ancor oggi s'incontrano nel
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messaggio di Wilson, ma toccherò singolarmente i punti che Wilson enumera. Si tratta di ben quattordici punti nei quali egli riassume il suo programma di pace e io prego Lor signori di aver pazienza e di permettermi di esporli qui il più brevemente possibile.
Nel primo punto domanda che non si concludano più patti internazionali segreti. Signori, la storia insegna che noi più facilmente di qualunque altro ci potremmo dichiarare d'accordo con la più larga pubblicità delle convenzioni diplomatiche. Io ricorderò che il nostro trattato di alleanza difensiva coll'Austria-Ungheria era noto a tutto il mondo dal 1888, mentre gli accordi offensivi fra gli stati nemici videro la luce solo durante la guerra e per ultimo con le pubblicazioni dell'archivio segreto russo. (Approvazioni.) Pure i negoziati condotti in Brest-Litowsk senza alcun velo provano che noi potremmo essere assolutamente disposti a discutere questa proposta e a dichiarare la pubblicità delle trattative principio politico universale.
Nel secondo punto Wilson esige la libertà dei mari. La piena libertà della navigazione sul mare, in guerra e in pace, è pure una richiesta della Germania che ravvisa in essa una delle prime più importanti esigenze del futuro. Dunque non esiste qui divergenza alcuna d'opinioni. La restrizione messa da Wilson alla fine – non occorre che io la riferisca alla lettera – non è ben chiara e parmi superflua, sicché il meglio sarebbe di cancellarla. Di sommo interesse per la libertà della navigazione nell'avvenire sarebbe invece la rinunzia alle basi d'appoggio navali fortificatissime lungo importanti vie di comunicazione internazionali come quelle che l'Inghilterra ha in Gibilterra, Malta, Aden, Honkong, Isole Falkland e altrove.
Il terzo punto riguarda l'abolizione d'ogni barriera economica. Anche noi siamo pienamente d'accordo con l'abolizione di tutti gli ostacoli che intralciano senza motivo il commercio. Anche noi siamo contrari a una guerra economica che porterebbe
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seco inevitabilmente i germi di futuri conflitti armati.
Il quarto punto concerne la limitazione degli armamenti. Come noi già dichiarammo, l'idea di una limitazione degli armamenti ci sembra discutibilissima. La condizione finanziaria di tutti gli Stati europei dopo la guerra darà l'impulso più efficace ad una soddisfacente soluzione del problema. (Approvazioni.)
Come si vede, o signori, sui primi quattro punti del programma si potrebbe giungere senza difficoltà ad un'Intesa. Io vengo adesso al
quinto punto: sistemazione di tutte le pretese e le controversie coloniali. L'attuazione pratica del principio esposto da Wilson nel mondo della realtà urterà contro alcuni ostacoli. Ad ogni modo io ritengo che si possa lasciare al massimo Impero coloniale – l'Inghilterra – di acconciarsi con la proposta del suo alleato. Di questo punto del programma si parlerà nel riordinamento dei possessi coloniali del mondo, che noi pure esigiamo assolutamente.
Il sesto punto riguarda l'evacuazione del territorio russo. Ma poiché gli Stati dell'Intesa si sono ricusati, entro il termine stabilito insieme dalla Russia e dalle quattro Potenze alleate, di prender parte ai negoziati, io devo respingere, in nome delle ultime, una nuova intrusione. Sono queste questioni che riguardano esclusivamente la Russia e le quattro Potenze alleate. Io spero fermamente che, ammettendo il diritto di disporre della propria sorte dei popoli sul margine occidentale del passato Impero russo, si riuscirà a stabilire buoni rapporti sia con questi, sia con la rimanente Russia, alla quale noi auguriamo vivissimamente il ritorno a condizioni normali, arra di quiete e di benessere per il paese.
Il settimo punto concerne la questione belga. Intorno a tale questione i miei predecessori hanno già più volte dichia-
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rato che in nessun momento della guerra l'annessione violente del Belgio alla Germania costituì un punto del nostro programma politico. La questione belga fa parte di quel complesso di questioni che nei loro particolari dovranno essere risolte nelle trattative di pace. Sino a tanto che i nostri nemici non riconoscono, senza riserve, che l'integrità del territorio degli alleati è la sola possibile base per entrare in negoziati di pace, io devo tener fermo al punto di vista abbracciato sempre sin qui e rifiutare uno stralcio della questione belga dalla discussione generale.
L'ottavo punto riguarda la liberazione del territorio francese. Le parti occupate della Francia sono un pegno prezioso nelle nostre mani. Anche qui l'annessione violenta non è nel programma politico tedesco ufficiale. Le condizioni e forme dello sgombero, che devono tener conto degli interessi vitali della Germania, vanno concordate fra la Germania e la Francia.
Ancor una volta io voglio ripetere esplicitamente, che di una cessione di territori dell'Impero non può a nessun costo parlarsi. Il Paese dell'Impero che si è venuto sempre più intimamente fondendo con la nazione tedesca; che economicamente si sviluppa in misura sempre più soddisfacente; che ha una popolazione di cui l'87 % parla il tedesco come sua lingua materna, noi non ce lo faremo ritogliere con nessuna bella frase dai nostri nemici. (Vive approvazioni.)
Per quel che si riferisce al contenuto del nono, decimo e undecimo punto (frontiere italiane, questione delle nazionalità della Monarchia danubiana, Stati balcanici), si tratta in essi di questioni che rientrano sia in quella dei confini italiani, sia in quella del futuro svolgimento della Monarchia austro-ungarica e in quella dell'avvenire degli Stati balcanici, cose tutte nelle quali gl'interessi politici della nostra alleata
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Austria-Ungheria in gran parte prevalgono. Dove siano in gioco anche interessi tedeschi noi li sosterremo nel modo più energico, ma detto ciò io desidero lasciare al Ministro degli Esteri della Monarchia austro-ungarica di rispondere alle proposte di Wilson in questi punti. La stretta unione con la Monarchia danubiana è il permio [sic] della nostra politica e deve rimanerne la direttiva nell'avvenire. La fratellanza d'armi che in guerra ha dato di sé prove così magnifiche deve seguitare pure in pace a produrre i suoi buoni effetti: noi non tralasceremo nulla perché pure l'Austria-Ungheria ottenga una pace che appaghi i suoi giusti desideri. Parimenti nelle questioni toccate da Wilson nel dodicesimo punto (Turchia) e che si riferiscono alla nostra fedele, valorosa e potente alleata, lo Turchia, io non vorrei anticipare in nessun modo la risposta dei suoi uomini di Stato. L'integrità della Turchia e la sicurezza della sua capitale, direttamente connessa con la questione degli Stretti, sono importanti interessi vitali anche dell'Impero germanico. I nostri alleati possono contare sempre in tal riguardo sul nostro massimo appoggio.
Il tredicesimo punto si occupa della Polonia. Non l'Intesa, che per la Polonia non ebbe se non parole vuote di contenuto e che prima della guerra non intervenne mai in Russia a favore della Polonia, ma furono l'Impero germanico e l'Austria-Ungheria che liberarono la Polonia dal giogo dello Czar opprimente la sua vita nazionale. Che si lasci, dunque, alla Germania, all'Austria-Ungheria e alla Polonia il mettersi d'accordo sull'assetto futuro di questo paese. Le trattative e le manifestazioni dell'anno passato dimostrano che noi camminiamo su questa via.
L'ultimo punto riguarda la società delle nazioni. Come tutta la mia attività politica sta a dimostrarlo, io ho simpatia con ogni idea che vuol toglier di mezzo per l'avvenire la possibilità e la probabilità di guerre e promuovere la pacifica e armo-
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nica collaborazione dei popoli. Se la proposta di Wilson di una società delle nazioni si rivelerà, in un esame più accurato, ispirata veramente da sentimenti di giustizia verso tutti e assolutamente scevra di prevenzioni, il Governo imperiale è volentieri disposto, dopo che tutte le altre questioni pendenti siano state regolate, ad esaminare con attenzione la base di una tale società.
Signori, voi avete preso conoscenza dei discorsi di Lloyd George e delle proposte del Presidente Wilson. Io debbo ripetere ciò che ho detto al principio: Noi dobbiamo domandarci se in questi discorsi e proposte si manifesta davvero una seria, leale volontà di pace.
Gli uni e le altre contengono certo principi per una pace mondiale ai quali noi pure consentiamo e che potrebbero costituire i punti di partenza e di arrivo di trattative. Ma dove si parla di questioni concrete, punti di importanza decisiva per noi e per i nostri alleati, la volontà di pace è assai meno evidente. I nostri nemici non vogliono "distruggere" la Germania, ma fissano l'occhio cupido su parti del nostro territorio e di quello dei nostri alleati. Essi parlano con rispetto della condizione della Germania, ma tra queste parole di stima s'insinua ancor sempre l'idea che noi siamo i colpevoli, che dovremmo fare penitenza e giurare di emendarci.
Così parla sempre il vincitore al vinto, così parla chi interpreta tutte le nostre passate manifestazioni di disposizione a concluder la pace, nient'altro che come indizi di debolezza. Occorre che i capi dell'Intesa si liberino da quest'opinione, da questa illusione. Per agevolare loro ciò, io ricorderò qual sia, in realtà, lo stato delle cose. Che se lo lascino dire: la nostra situazione militare non fu mai cosi favorevole come oggi. (Bravo!)
I condottieri geniali del nostro esercito pensano all'avvenire con inalterata fiducia nella vittoria. Al fronte ufficiali e soldati sono tutti animati dal più vivo spirito combattivo. Ricorderò
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ciò che dissi il 29 novembre: "La nostra disposizione alla pace, più volte manifestata; lo spirito di conciliazione che emana dalle nostre proposte, non deve costituire per l'Intesa un salvacondotto a prolungare sempre più la guerra. Se i nostri nemici ci costringono a combattere ancora, debbono essi sopportarne le conseguenze.
Se, dunque, i capi delle Potenze nemiche sono inclini davvero alla pace rivedano il loro programma, o, come ha detto Lloyd George, lo sottopongano ad una reconsideration. Se lo faranno e presenteranno nuove proposte noi le esamineremo seriamente: giacché noi non miriamo ad altro che al ristabilimento di una pace generale e duratura. La quale però non è possibile sino a tanto che l'integrità dell'Impero germanico, la sicurezza dei suoi interessi vitali e la dignità della nostra patria non sieno garantiti. Sino a che ciò non sia raggiunto bisogna rimaner tranquillamente stretti insieme e attendere. Quanto allo scopo, o signori, noi siamo tutti d'accordo (vive approvazioni), quanto ai metodi e alle vie si può essere di varia opinione. Ma mettiamo adesso da parte queste differenze.
Non disputiamo su formule, che nella successione rapidissima degli avvenimenti, si rivelano sempre insufficienti, e fra tutti i contrasti di partito, che dividono gli animi, non perdiamo di vista lo scopo comune, il bene della patria. Manteniamoci uniti, Governo e popolo, e la vittoria sarà nostra, una buona pace non mancherà, non deve mancare. Il popolo tedesco sopporta in modo ammirevole le sofferenze e gli oneri della guerra che dura ormai da quattro anni. Io penso specialmente alle pene dei piccoli artigiani e degli impiegati con esiguo stipendio. Ma essi tutti, uomini e donne, vogliono sopportare e perseverare. Politicamente maturi, non si lasciano confondere da parole abbaglianti. Essi sanno distinguere fra le realtà della vita e le promesse chimeriche di felicità. Un popolo simile non può soccombere. Dio è con noi e sarà con noi anche in futuro! (Vive approvazioni).
Empfohlene Zitierweise:
[Erzberger, Matthias], Il discorso del Cancelliere, conte von Hertling, nella Commissione principale del Reichstag vom 24. Januar 1918 , Anlage, in: 'Kritische Online-Edition der Nuntiaturberichte Eugenio Pacellis (1917-1929)', Dokument Nr. 984, URL: www.pacelli-edition.de/Dokument/984. Letzter Zugriff am: 03.08.2020.
Online seit 02.03.2011